Guida Islanda

Róska Oskardottir, l’ artista, il personaggio

Róska Oskardottir è pittrice, cineasta, fotografa, femminista, anarchica, surrealista… nei suoi 56 anni di vita, Roska ha inseguito un sogno di libertà da un capo all’altro dell’Europa, dall’Islanda, dove è nata, all’Italia, dove ha vissuto per quasi trenta anni.

 

Róska (Ragnhildur Óskarsdóttir)
Immagine web: Listasafn Reykjavíkur / Reykjavík Art Museum

Il personaggio:

Róska Oskardottir, l’ allegria contagiosa di un’ artista ribelle.

di Massimo De Feo
tratto da Alias, supplemento del Manifesto.

Pittrice, cineasta, fotografa, femminista, anarchica, surrealista… nei suoi 56 anni di vita ( 1940 – 1996 ) Roska ha inseguito un sogno di libertà da un capo all’ altro dell’ Europa, dall’ Islanda, dove è nata, all’ Italia, dove ha vissuto per quasi trenta anni.

Nel Novembre del 2000 il Living Art Museum di Reykjavik, diretto da Osk Vllhjalmsdottir, ha ospitato una grande mostra retrospettiva dedicata a Róska , pittrice, regista, fotografa, femminista, anarchica, surrealista … morta improvvisamente nella primavera 1996.
Sia i giornali che le televisioni islandesi hanno dato grande risalto all’ evento, che ha riunito quadri, manifesti, installazioni, disegni, foto e diari, mentre alcuni televisori mandavano in onda film e documentari firmati da Roska con il suo compagno Manrico Pavolettoni ( che l’ ha seguita nel ’98 ): ” L’impossibilità di recitare Elettra oggi ” ( 1969 – 70 ), sette documentari sull’ Islanda realizzati per la Rai negli anni ’70 e i film in costume ” Olev Liliross ” e ” Soley ” girati in Islanda.

In Islanda Roska è stata una figura carismatica e centrale a livello artistico nonché politico, fece scalpore una sua istallazione
” femminista ” contro la guerra, una lavatrice – lanciamissili, così come fece altrettanta sensazione, nel mezzo della guerra del Vietnam, la sua irruzione nella grande base militare americana non distante da Reykjavik, con alcuni compagni del Fylkingin, movimento di sinistra extraparlamentare.
In Italia ha vissuto per quasi 30 anni, con base a Roma, partecipando entusiasticamente alle lotte studentesche e operaie degli anni ’60 e ’70, collaborando a volte con questo o quel gruppo, ma mantenendosi sempre fedele al suo sogno di libertà e indipendenza.
Su un furgoncino Volskwagen rosso e nero ha scorazzato per l’ Europa cantando ” Folli non siam né tristi, né bruti né birbanti, noi siam degli anarchisti, del bene militanti …”.
Uno dei suoi libri preferiti era L’ amour fou di Breton.
Era una ” forza della natura ” capace di generosità disinteressate ma anche di grande durezza con chi l’ evesse delusa.
Riuniva la purezza, la curiosità infinita di una bambina al fascino della femme fatale.
Un’ allegria e un’ amore per la vita contagiosi nonostante dovesse convivere con un cocktail di farmaci per tenere a bada l’ epilessia, conseguenza di una brutta caduta quando aveva 14 anni.
La sua caratteristica principale era l’ imprevedibilità, frutto di una grande capacità d’ improvvisazione e di un coraggio che poteva rasentare l’ incoscienza. Insomma, una ” ragazza in gamba “.
In queste pagine accenniamo un ritratto di Roska attraverso i suoi quadri, una serie di interviste e di testimonianze alcune delle quali tratte dal bel catalogo della mostra: quelle del giornalista della Radio 1 islandese Hjalmar Sveinsson, dell'” amica del cuore ” Birna Thordardottir e del sismologo Ragnar Stefansson.
Due pagine sono dedicate al ruolo di primo piano svolto da Róska e da Manrico nell’ estate – autunno 1968 a Fabbrico, paesino della Bassa Padana, presso Reggio, dove operai e contadini per quattro mesi diedero vita a un’ appassionante assemblea permanente in un cinema occupato, coinvolgendo nella loro lotta intellettuali e cineasti come Gian Maria Volontè, Dario Fo, il LivingTheatre, Jean Paul Sartre, Jean – Luc Godard, Cesare Zavattini e Giorgio Strehler per citarne solo alcuni.

Nota: per motivi di spazio nell’articolo abbiamo riportato soltanto l’intervista alla sua amica Birna Thordardottir, le testimonianze di Paolo Paci, di Adriano Mordenti, e di Alberto Grifi.

Un’ intervista a Birna Thordardottir…

… che ricorda la sua lunga amicizia con Róska: dall’ occupazione della base militare americana vicino a Reykjavik alle prime sorprendenti mostre di pittura, dai film girati tra i vulcani e i ghiacciai dell’ Islanda agli anni passati in Italia. E i funerali. Officiati da parenti e amici al suono delle musiche di Janis Joplin e John Coltrane.

Birna Thordardottir, l’ amica più stretta di Roska, ha viaggiato spesso in Italia e da diversi anni è managing editor dell’ Icelandic Medical Journal.

Come hai saputo della morte di Róska ?

Mi ha chiamato un amico che usava una stanza dell’ appartamento di Róska come studio, per lavorare.
Nessuno l’ aveva più vista da due giorni, ma questo per me non era una cosa strana, non ci vedevamo ogni giorno.
Questo amico aveva la chiave di casa e così è entrato e l’ ha trovata … è morta per un colpo apoplettico.

Quando vi siete conosciute?

Nel 1969, ero appena tornata dalla Germania, dove ero stata a lavorare, e sono andata alla sede del Fylkingin, e là c’ era questa donna strana con un tipo italiano. Il Fylkingin era un gruppo politico con comunisti, socialisti, anarchici, trostzkisti…a quel tempo in Islanda c’ era una situazione difficile, disoccupazione, turbolenza, e il Fylking era l’ unica organizzazione a fare vera opposizione, anche contro la guerra in Vietnam.
In origine era l’ organizzazione giovanile del partito socialista, ma negli anni ’60 se ne staccarono.
Il partito comunista islandese invece, con un pò di socialdemocratici, era confluito nel 1939 in quello socialista.
Altri comunisti, più a destra, con altri socialdemocratici formarono il partito popolare.
Adesso c’è il partito della destra, che si chiama Indipendente, poi quello di centro, ma in realtà sono molto di destra anche loro – è il vecchio partito dei contadini – e poi c’è il partito di socialisti e verdi insieme, nel quale sto anch’ io.
Il Fylkingin si è sciolto a metà degli anni ’80. Con Róska ci siamo conosciuti al Fylkingin un giovedì e il sabato sera ci siamo riviste in un bar, abbiamo bevuto un pò, abbiamo ballato, parlato…

Nel 1969 avete occupato la base americana a Keflavik …

Eravamo già entrati molte volte, nella base per dare volantini ai soldati, passavamo sotto la rete, ma quella volta abbiamo occupato gli studi televisivi della base, con bombolette spray abbiamo oscurato le telecamere e per un pò non è stato più possibile trasmettere. Nel ’69 non era più così, ma prima per molto tempo quella era l’ unica stazione tv dell’ Islanda.

Roska in Islanda era più conosciuta come pittrice, come regista o come persona impegnata politicamente?

Tutto insieme, non è mai stato possibile dividerla. Ma non ha fatto molta attività politica qui, ha lavorato al Fylkingin e ha scritto un pò sui giornali di politica e di arte… dell’ art noveau, del surrealismo. E’ stata in Italia per anni e durante tutto quel periodo nessuno ha più saputo niente di lei. Qui a Reykjavick ha però fatto mostre importanti. Nel 1966 ha fatto una personale che fece scalpore. Nel 1969 ha partecipato ad un’ altra mostra con giovani artisti all’ aperto, davanti alla principale chiesa protestante di Reykjavjk, espose anche una lavatrice.
Si chiama la chiesa di Hallgrimskirkja, era un prete ma anche un poeta, è morto nel 1674 ha scritto un poema che viene letto sempre a Pasqua.
Ha lavorato a Soley, uno dei film diretti da Róska e Manrico?

No, non ho potuto, mi era appena nato Ingolfur. Soley è il titolo di un poema contro la base americana, contro la Nato e per l’ indipendenza dell’Islanda.
E’ stato scritto nel 1952 da Johannes Ur Kotlum. In questo poema Soley è il nome di una donna che simboleggia l’ Islanda e il sentimento d’ indipendenza.
L’ autore era un socialista, un nazionalista in senso buono: gli americani sono arrivati in Islanda nel 1943, e dopo la guerra non se ne volevano più andare e hanno chiesto di avere una base per 99 anni.
Il governo islandese disse di no, nessuno li voleva, abbiamo avuto l’ indipendenza solo nel 1944, prima eravamo una colonia danese. Nel ’46 la base in quanto tale è stata chiusa, ma gli americani sono rimasti, non se ne sono andati.
Nel 1949 poi l’ Islanda è entrata nella Nato, hanno fatto un trattato e così nel ’51 sono arrivati alcune migliaia di soldati Usa, una cifra considerevole per l’ Islanda. Hanno costruito tantissimo lì a Keflavik e molti islandesi sono andati lì a lavorare.
La presenza di quelle migliaia di americani ha avuto una grande influenza sul modo di vivere della gente, ma anche sulla politica del paese: i partiti che hanno appoggiato la politica Usa hanno ricevuto tantissimi soldi. E ha avuto una grande influenza anche l’ ambasciata americana: per tanti che erano contro la presenza Usa in Islanda è stato molto difficile trovare un lavoro.

Dove è stato girato ” Soley “?

Un pò qui, un pò nel nord del paese, nella zona di Mivatn. Per produrlo è stata creata una società cui hanno partecipato tanti amici, alcuni hanno fatto debiti o si sono addirittura impegnati la casa per finanziare le riprese.
Purtroppo non è andato bene quando è uscito nei cinema, e molta gente ci ha rimesso dei soldi, e si sono rotte amicizie.

Cosa ti ricordi in particolare dei giorni in cui giravate ” Olafur Liljuros “?

Problemi. Pochi soldi, poca organizzazione, ma c’ erano anche delle belle giornate, si girava fuori Reykjavik, nel sud del Paese.

Quanto tempo sono durate le riprese del film?

Io sono stata lì solo per tre – quattro giorni, gli altri per circa due settimane, ma è stato girato anche un pò qui, un pò fuori Reykjavik.

E’ stato proiettato al cinema o in tv?

Al cinema, ma anche questo non è andato bene, ha avuto pochissima pubblicità, è stato fatto con pochi soldi e si vede.
Per me è più come un documentario: ci hanno lavorato molti tra i più farnosi artisti islandesi, il cantautore Megas, lo scultore Jon Gunnar, il pittore e poeta Dagur Sigurdarson, il regista Thrandur Thoroddsen, che ha potuto lavorare poco in Islanda, era boicottato perchè era di sinistra, e altri ancora.

Roska in Italia ti sembrava diversa da quella che conoscevi in Islanda?

Un pò sì, credo che si sentisse più a casa qui a Reykjavik che a Roma, nonostante fosse stata per tanti anni a Roma.
E’ difficile da spiegare, ma a Roma era sempre un pò straniera, probabilmente non quando stava nel gruppo degli amici.
Ma per lei era molto difficile vivere qui a lungo, c’è troppa poca gente, la natura è grande, ma non è possibile parlare solo con la natura, è necessario anche parlare con gente che la pensa allo stesso modo, che ti stimoli.

Come sono stati i suoi funerali?

Si sono svolti al duomo protestante giù in centro, ma senza prete, la sua famiglia sapeva benissimo come Róska la pensava.
Una sua nipote ha letto un poema, io ha fatto un discorso, è stato difficile parlare, ero emozionata, poi tanta musica, Oh Lord di Janis Jopllns, Olè di John Coltrane, un poema islandese, Soley, poi siamo andati al cimitero, faceva un freddo terribile, e poi dopo un rinfresco nella galleria la sera siamo andati al ” 22 “, uno dei bar preferiti da Roska, a parlare, bere e sentire musica.
In interviste alla radio e alla tv mi hanno chiesto a cosa penso quando penso a Róska. Ho risposto al suo duaIismo: spesso per me era come due persone, ma non nel senso di schizofrenica, a volte pareva una bambina, altre una femme fatal.
Era possibile per lei essere molto dura, anche con gli amici, altre volte invece generosissima.
Non era mai possibile sapere esattamente cosa volesse fare, era imprevedibile, anche caotica, ma questo era anche bello.
L’ epilessia le è venuta dopo essere caduta per le scale. Ha battuto la testa, era molto grave, era in coma.
Suo padre l’ ha portata in Danimarca e in Germania per cercare una cura … poi ha sempre avuto la necessità di prendere una grande quantità di farmaci per tenere sotto controllo l’ epilessia.
Per concludere devo dire qualcosa della bellezza di Róska, perchè era veramente bellissima, straordinaria.
In Islanda diciamo che la personalità di un uomo o di una donna deriva per un quarto dal padre, per un quarto dalla madre, per un quarto dalla società e per un quarto dalla persona che le ha dato il nome.
Mia figlia l’ ho chiamata come Róska, Ragnhildur.

Aveva la cucina tutta dipinta in rosso e nero

di Paolo Paci

Róska suonava la batteria. Era una pittrice che non ho mai visto dipingere.
A volte portava un panciotto rosso ( in realtà il panciotto di Manrico ) e i capelli costantemente sugli occhi che comunque non erano mai aperti più di tanto.
Giocava a flipper e a boccette da Toto, a via Monserrato, ( il flipper lo si giocava in fila, una palla per uno ed era il Poker d’ Assi ).
Ironica, sprezzante, critica, e quando ti regalava un pò di dolcezza era una dolcezza calda e rassicurante che chi l ‘ha vissuta certamente non ha dimenticato.
Piazza Paganica, dove viveva con Manrico, e dove tutti noi abbiamo in qualche modo soggiornato e passato nottate a fumare spinelli, aveva la cucina dipinta in rosso e nero e non era una casualità. Era il famoso Sessantotto.
Un momento in cui grandi potenzialità creative ebbero la chance di manifestarsi, embrioni destinati a vite di varia lunghezza e successo. ” Ho visto le migliori menti della mia generazione… “.
Alla metà degli anni Settanta andai in Sud America e al mio ritorno in Italia, nell’84, Roska stava vivendo in Islanda.
Non l’ ho più rivista. Ciao Roska.

Correva l’anno 1963. Avanguardia è rivoluzione.

Principesse prigioniere metalmeccanici oppressi.

di Adriano Mordenti

La conobbi nel 1963. Mentre il generale De Lorenzo insidiava le istituzioni e Roma ansimava dietro la sua classe operaia composta da 70.000 edili incazzati e responsabili.
Il quotidiano Il Tempo organizzava campagne d’ opinione contro i capelloni a Piazza di Spagna.
Non molti in verità, ma sufficienti ad allarmare i bempensanti, a scatenare i fascisti. Prima che ci pensasse Rutelli a sgombrare quella scalinata teatro di storici e letterari incontri.
Era la Roma del tardo miracolo economico. Senza ancora il divorzio, le femministe, la minigonna, i ” gruppettari “.
Le ” isole pedonali ” non esistevano ancora. Ci si vedeva in ” malfamati ” parcheggi.
Il Centro storico, ancora vivo e ancora abitato dai romani, offriva una complice ospitalità a una gioventù esigua, non ancora beat generation e non più bohemiens.
In questo ” limbo ” apparve ” lei “, Roska, bellissima con il suo incarnato celestino e gli occhi gialli.
Aveva un marito vikingo che a Roma durò poco.
La sera ancora si cantava, nelle osterie, nelle case, per la strada. Canti di lotta e ninna nanne, giammai San Remo!
Quando quel gigante del Nord ascoltò ” pietà l’è morta ” capì che Roma, gli italiani, gli amici di Roska, non sarebbero mai diventati anche suoi amici.
Sussurrò affranto: ” E’ troppo triste questa canzone e quello che rappresenta, e io ne sono fuori ” scolò la sua birra come solo i vikinghi sanno fare e concluse con la sicurezza del vecchio navigatore che quella rotta non era per lui.
Altre bussole e altri sestanti, altre costellazioni che Roska, invece, nata per attraversare oceani e mondi, trovò nell’ amore di Manrico e di Roma, non ancora sterilizzata da giubilari bonifiche.
Tutto in loro era dialettico e talvolta conflittuale, in quell’ armonia di durezza e raffinatezza, di rabbia e di amore che hanno solo i veri intellettuali e i rivoluzionari.
Spesso non si capiva se stessero discutendo, amoreggiando o semplicemente annusando l’ aria di Roma, ancora odorosa di focolari e latrine, alla ricerca del profumo di una contestazione acerba da covare.
Periodicamente Roska tornava nella sua tellurica terra. I preparativi del viaggio rispondevano a un rituale veloce e misterioso.
Si portava dietro strane cose, una pelle d’ orso, un puff, una teiera. E io sospettavo una dimensione esoterica in quella donna con gli occhi gialli, che solo l’ etichetta rivoluzionaria gli impediva di rendere pubblica.
Manrico, invece, esportava tra i vulcani islandesi pezzi di legno, bastoni, brandelli di tela, stracci; che lui chiamava orgogliosamente ” l’ attrezzatura serigrafica “.
Perché Roska era una grande artista.
Un’arte che si manifestava nell’ armonia straordinaria che riusciva a infondere alle cose, agli oggetti come alle persone. Possedeva il dono divino del ” tocco “.
Spostava una sedia in una rimessa e come d’ incanto quello spazio squallido appariva illuminato, arredato.
Così come attraversando una stanza di gente annoiata, riusciva a ravvivarla con un sorriso, una battuta, un sospiro, talvolta un insulto vivificante.
Sfrontata eppur riservata Róska aveva il dono prezioso della sintesi. Un giorno con un colpo di pennarello aggiunse un accento sulla ” e ” di ” Avanguardia e ( è ) rivoluzione “. Un tocco, uno sberleffo, un baffetto sbarazzino.
Eppure Róska dipingeva poco, almeno in pubblico. E questo confermava i miei sospetti di qualche sua fattucchieria boreale.
Quasi un rito segreto. Forse era solo un imbarazzo.
Non viviamo forse in un mondo in cui amare gli alberi è un crimine, poiché ci fa dimenticare i mali degli uomini?
Ecco ” i mali degli uomini “, che Roska non dimenticava mai.
Ma poi una fabbrica occupata; non è forse un’ opera d’ arte? E se è vero che cambiando i fattori il risultato non cambia, si può dire che un’ opera d’ arte è quasi una fabbrica occupata? Non è vero Roska?
” Dipende dalla coerenza dell’ artista, da come vive ” rispondeva Roska, abbassando le palpebre come sipari sui suoi occhi gialli.
Forse per questo i suoi sorrisi erano fragorosi e brevi, come sommosse popolari. E sempre si concludevano con un interrogativo, talvolta una provocazione.
Questo rendeva la sua compagnia assai impegnativa.
Accompagnarla a comprare il latte sotto casa significava rischiare di ” occupare ” la latteria, venire alle mani con il lattaio.
Ogni percorso, anche il più breve e quotidiano, accanto a Róska diveniva un’ esplorazione remota, un avventura dagli esiti incerti. Quella donna sincera ignorava le mezze tinte, i compromessi.
Il mondo si divideva in amici ( pochi ) e nemici ( il resto del mondo ).
Sia i primi che i secondi potevano contare sulla sua più totale lealtà. Quello che pensava diceva, incurante delle conseguenze.
Anche se il lattaio era grosso e iracondo, Roska gli diceva il fatto suo.
Per questo sentirsi suoi amici costituiva quasi l’ appartenenza a un esiguo ordine cavalleresco.
Significava essere pronti ad affrontare molti e svariati draghi per liberare principesse prigioniere e metalmeccanici oppressi.
Che sia rimasta giovane e bellissima, fino all’ultimo per questo suo rigore etico?
Róska l’ artista, Róska la rivoluzionaria, Róska la dotta, la giusta, la matta, Róska l’ amica, che come tanti altri giusti della nostra generazione ci ha lasciato troppo presto perché non è riuscita , o non ha voluto, invecchiare.
Che il suo ricordo sia avvinto da un legame di vita.

Amici circonfusi di aureole boreali

di Alberto Grifi

L’ Islanda è la sommità emersa di un immenso vulcano sottomarino, una montagna della dorsale atlantica che si è spinta più su della superficie del mare.
Trema sempre e scuote chi la abita. Bollente e ghiacciata allo stesso tempo, sembra che ancora non abbia smesso di nascere.
Róska , bellissima, somigliava parecchio alla sua terra. Ero lassù per girare un film, Soley, o meglio, per aiutare i miei amici a cominciare le riprese che stentavano a partire. Tornato a casa, già ero preso dalla nostalgia.
Ho ritrovato una lettera: ” Numerosi amici miei e compagni, sto in una vasca da bagno.. tutto è pulito, saldo interruttori, rassetto i transistors, intervisto la gente. C’è pure il bidet. Ma dove sono i fiumi bollenti, il vento, la neve, i cavalli, le luci notturne del nord, il tavolino girevole della scuola d’ arte che crolla a ogni giro di panoramica, i vulcani, i fiumi ghiacciati, le onde raggelate, l’ imprevisto? Dove siete amici miei? Nostalgia. Nel Lussenburgo è salita sul treno una doganiera tracagnotta che accompagnava un’ altra guardia. Mi parlava francese, poi, visto il passaporto italiano, ha avuto una specie di scatto interno, le si deve essere sguinzagliato il fiuto da polizziotta, come chi sente puzza di una vecchia conoscenza, e mi fa: voi non avete niente da dichiarare? Non fumate la droga? E intanto ficcava il naso nel portacenere, apriva e buttava un occhio nel portabottiglie del vagone, dardeggiava sotto ai sedili, mi tastava il borsellino, sbirciando le valige: non vi piace la droga? non l’ avete mai fumata? Ispezionava la crema coi gamberetti con la coda dell’ occhio: allora questa droga? E’ possibile che non ce l’ avete? Scandagliava lo scompartimento, teneva d’ occhio le mie reazioni. Tutto questo mentre una poveretta raccontava col cuore in mano i suoi drammi di emigrata, tutta una vita di lagrime, a certi svizzeri che si pisciavano addosso dalle risate: triste.
Una vita di mafia, mosche e fregature. E poi pure gli svizzeri…
Vi sono vicino con tutto il mio cuore, lì, in un turbine di fiocchi di neve, fra schizzi di lava e sbuffi di vapore, circonfusi di aureole boreali, questi laser di ghiaccio che danzano una musica silenziosa; mi ricordo di voi tutti, di questa troupe multinazionale sottosviluppata e un pò sfigata, vichinghi, irlandesi, quelli con l’ occhio un pò alla groenlandese, americani e compatrioti, tutti esuli chi più chi meno e i compagnucci islandesi della quarta internazionale.
Nato go home, andatevene via Yankees da quel sassone nero che ancora non ha smesso di nascere che è l’ Islanda, una specie di Shangrillà piena di meraviglie nascosta sotto le nuvole..
Baci dal vostro Al Grifone.
Certe volte, sul set, ci prendeva a ridere a lungo, a squarciagola, impossibile fermarsi, con lacrime d’ allegria che schizzavano a pioggia, forse perché lassù il ventò è stracarico d’ ossigeno. Poi mi ricordo una notte lunghissima, mentre giocavamo a scacchi; che piovevano blocchi di ghiaccio e il vento del nord urlava attraverso le fessure del tetto, che Róska è stata presa da un attacco della malattia che arrivava sempre come un terremoto privato quando la vita diventava più difficile.
Cercavamo di tenerla ferma perché non si facesse male e guardando a tratti Manrico che le sosteneva la testa, ho capito quanto l’ amava, perché anche a me si era aperto il cuore a vedere tanta bellezza assalita da quei tremiti terribili.
Fu allora che mi accorsi che portava una medaglietta che si apriva e dentro c’ erano le indicazioni delle medicine per l’ epilessia. E allora Manrico mi raccontò con amarezza e odio senza fine, di quando anni prima, nel ’68, la polizia l’ aveva picchiata mentre stava così male, a calci e manganellate, tanto che abortì.

Islanda.it

 

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Lascia un commento